Saturday, April 17, 2010

Google violò la privacy per profitto: questo è un dato etico negativo


Fini di profitto. Questa la motivazione che ha portato alla condanna dei tre dirigenti di Google per violazione della privacy, in relazione a un video caricato in rete di un minore disabile vessato e picchiato. Tra le altre cose, la loro responsabilità dolorosa è stata riconosciuta nel fine di profitto e dell’interesse economico. Lo ha scritto il giudice di Milano, Oscar Magi, nelle motivazioni della sentenza emessa a febbraio.
Per accertare l’illecito trattamento di dati personali e sensibili (reato per cui sono stati condannati gli imputati), serve, come chiarisce il giudice, il fine di profitto, richiesto dalla norma specificamente per la sussistenza del dolo. E nel caso concreto, prosegue il magistrato, tale fine era evidentemente ricollegabile alla intenzione commerciale ed operativa esistente tra Google Italy e Google Video. Google Italy, si legge ancora, trattava i dati contenuti nei video caricati sulla piattaforma di Google Video e ne era quindi responsabile. Il giudice parla di chiara accettazione consapevole del rischio, da parte degli imputati, di inserimento e divulgazione di dati, anche e soprattutto sensibili, come quelli del video in questione, che avrebbero dovuto essere oggetto di particolare tutela.
In parole semplici, chiarisce il dottor Magi, non è la scritta sul muro che costituisce reato per il proprietario del muro, ma il suo sfruttamento commerciale può esserlo. In ogni caso, si legge ancora sulle motivazioni questo giudice, e questo è un dato di tutto rilievo reclamato da tempo, rimane in attesa di una buona legge sull’argomento in questione. Il giudice nelle ultime pagine delle motivazioni scrive una breve chiosa conclusiva imposta dalla grande ricaduta mediatica del processo e della sentenza. Molto rumore per nulla, spiega il giudice parafrasando il titolo di una commedia di Shakespeare.
In realtà è del tutto evidente che tutti si sarebbero interessati a questo processo perché internet è divenuto uno strumento di tanti. Ora, è facile prevedere che la tesi di primo grado possa essere smontata in appello proprio per la mancanza di una legge.
Relativamente all'etica dello spazio virtuale sono convinto che sarà utile valutare in sede parlamentare se introdurre nell'ordinamento penale anche il reato di "connivenza" con chi consente l'accesso a materiale violento o pedopornografico in internet perseguendo così anche eventuali provider o fornitori di servizi di connessione alla rete internet.
Tutti, anche l'industria privata possono e devono aiutare a giungere a un uso consapevole di internet. I provider e i fornitori di servizi di connessione alla rete devono impegnarsi a impedire la visione di pagine non idonee (con contenuti violenti o pedopornografici) pena anche l'inibizione all'esercizio dell'attività di provider a fornitore di servizi di connessione alla rete. In questo sforzo siamo tutti coinvolti e ognuno di noi deve fare la sua parte.

Daniele Damele

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