Sunday, October 11, 2009

HA ANNUNCIATO IL SUICIDIO SU FACEBOOK TRE GIORNI PRIMA


Ha deciso di suicidarsi e, avendo 15 anni, ha deciso di farlo lasciando il suo ultimo messaggio in modo virtuale, ovvero con un post su Facebook. Lui, Carlo D’Urzo, si è impiccato l’altra sera in camera sua, a Torre del Greco. Il fatto tragico è che questo segnale d’allarme appariva con un count down (leggi richiesta disperata d’aiuto) da tre giorni. La rete ha fallito, non ha saputo fare quello che le si chiede, essere strumento di comunicazione per passare dal virtuale al reale.
Carlo gridava al mondo di internet, ai suoi “amici” di Facebook che voleva togliersi la vita, ma nessuno, ripeto nessuno. ha reagito. Certo ciò accade anche nel mondo reale: a Trieste un bagnante muore d’infarto al mare e delicatamente si mette un asciugamano sul corpo, ma al suo fianco si continua a prendere il sole. A Napoli la gente muore ammazzata e tutti, ripeto tutti si voltano dall’altra parte, in Brasile un missionario muore assassinato e dopo due giorni non si scrive più nemmeno una riga sul suo essere stato eroe di pace, sul perché si uccide per 15 euro.
L’indifferenza è peggio di qualunque altro sentimento negativo. Preferisco la rabbia, una reazione scomposta, ma viva al girare lo sguardo dall’altra parte.
Ora, solo ora, Facebook risponde a Carlo, troppo tardi, il suo segnale di solitudine ha gettato tutti e tutto nello sconforto, ma, tranquilli, durerà lo spazio di un post, di un commento, di una notizia on line o sulla stampa. Spazio zero all’analisi, alla verifica del perché uno grida, magari attraverso la rete, e nessuno risponde, del perché nelle nostre famiglie non ci si accorge più che il ragazzo dinanzi al pc o alla tv in cameretta è solo.
Perché i genitori non mettono computer e tv in luoghi comuni della casa? Perché non parlano più con i loro figli, non si siedono sui loro lettini e stanno lì ad attendere una reazione, ad ascoltare, magari anche solo i silenzi, ma stanno lì e parlano e ripetono che c’è amore dentro loro per i propri figli? Perché non lo fanno più?
Erano tre giorni che su Facebook c’era il conto alla rovescia del suicidio di Carlo, atto che, al solito, non trova spiegazioni: sotto il corpo senza vita il padre ha trovato la maglietta della Turris, quella degli scout e un foglio su cui ha lasciato il suo addio a tutti. «Mamma, papà, amici: non è stata colpa vostra».
Gli amici ora invadono Facebook con i suoi ricordi: «adesso l’unica cosa che ti chiediamo a nome di tutta la tua classe è: «Scusaci, non abbiamo capito il tuo disagio - recita un altro commento - potevamo salvarti, starti vicino, farti capire che la vita è una e che vale la pena viverla, ma non abbiamo compreso nulla».
Ecco non comprendiamo nulla, tutti bloccati dinanzi a strumenti sempre più innovativi di comunicazione virtuale fortemente emotivi, ma che c’impediscono d’esternare i nostri sentimenti.
Sveglia, altrimenti fra un po’ ci sarà un altro suicidio annunciato on line.

Daniele Damele
(Nota pubblicata anche su Periodico Italiano)

No comments: