Saturday, July 26, 2008

UN VIDEOGIOCO anti-bullismo


Un videogame contro il bullismo. Mentre in Italia prende sempre più corpo il dibattito sull’ anomia e il nichilismo dei teneeger, l’ esperienza all’estero e più pragmatica. Ai docenti, si sa, vanno dati strumenti di lavoro. Non bastano infatti solo regole e punizioni, che comunque servono, ma che non risolvono il problema alla radice. In Inghilterra, ad esempio, la piaga è nota fin dall’Ottocento. Ne parlava già Kliping nei suoi libri, anche se pure lì i bulli agiscono sì a scuola, ma soprattutto fuori dove cede il controllo degli adulti.
Ma in Inghilterra come in altri Paesi di tradizione anglossassone e non, come il Giappone, dove il problema è molto sentito, la convinzione è quella di agire sulla platea degli spettatori.
In Inghilterra l’Antibullying Alliance, ente vigilato dalle politiche giovanili del governo di sua Maestà, con funzioni di raccordo e documentazione delle pratiche educative antibullismo, si è chiaramente impegnato in questo senso costruendo un archivio nazionale di pratiche e di risorse antibullismo (anche didattiche come progetti di ricerca, questionari, ...) a beneficio delle scuole.
Se poi si porta la questione sul campo dell’antagonismo con la tv, l’Antibullyng Alliance ricorda come oggi i ragazzi assorbano informazioni e modelli soprattutto da Internet.
Per questo vale la pena segnalare un interessante esperimento, frutto della collaborazione di ministri e università di diversi Paesi europei, sotto la guida dell’ università di Edimburgo, per la realizzazione di un videogame antibullismo.
Frutto della ricerca nel campo della psicologia applicata all’ intelligenza artificiale, il videogame è strutturato in modo da stimolare processi di identificazione e di empatia nell’utente affinché si muova in aiuto della vittima proponendo le proprie personali soluzioni al problema. L’ utente viene educato ad accorgersi del disagio e a riflettere su di esso.
Si chiama “Fear Not”, in italiano “niente paura”, ed è un videogame prodotto con 6 milioni di euro nell’ambito dei finanziamenti del sesto programma quadro per la ricerca, che ha portato a realizzare il rivoluzionario prodotto però, ahimé, solo in inglese e tedesco.
Il problema, spiegano gli esperti non è però solo linguistico; il videogame infatti è configurato pensando alle scuole inglesi e tedesche, che propongono spazi e ambienti strutturali in modo diverso dai nostri, come pure personaggi che per esempio indossano la divisa.
Peccato, anche perché alla realizzazione della parte grafica ci ha pensato una “start up” di Roma. Perché non promuovere anche una visione italiana?

Daniele Damele

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