Tuesday, March 06, 2007

BULLISMO e mobbing: la cultura della violenza


Da tempo varie notizie riempiono le pagine dei giornali e gli schermi delle tv portandoci all’attenzione uno dei maggiori problemi che affigge la nostra, apparentemente civilizzata, società: il bullismo. Tale fenomeno, negli ultimi anni, sembra manifestarsi in modo preoccupante e riguardare tutti i ceti sociali e i generi sessuali, senza alcuna distinzione di area geografica. Un male della nostra attuale società che in età evolutiva si chiama bullismo e che, quando riguarda l’età adulta, prende il nome di mobbing o violenza. In tal senso, infatti, il bullismo, al pari del mobbing, deriva da un comportamento vessatorio, ripetuto nel corso del tempo, messo in atto ai danni di un soggetto più debole al fine di compiere azioni offensive, nei confronti di quest’ultimo, da parte di una o più persone.
Nel terzo millennio, nell’area del progresso e dell’ integrazione delle differenze, come è possibile poter spiegare la diffusione di una condotta che affonda le proprie radici nel tentativo di prevaricare e vittimizzare un altro essere umano tendenzialmente più debole?
Nel bullismo, come nel mobbing, gli atti e i comportamenti rilevanti si traducono in critiche, molestie, minacce, maltrattamenti verbali esasperati e in atteggiamenti , più o meno marcati, che danneggiano la personalità dello studente come del lavoratore, sovente mediante la delegittimazione dell’ immagine proposta anche alla presenza di terzi. Al bullismo maschile, in particolare, che si rileva più frequente, diretto e visibile, si affianca il bullismo femminile. Quest’ ultimo si caratterizza come fenomeno più psicologico che fisico, in quanto si propone mediante pettegolezzi, sarcasmo e critiche negative indirette (parlare alle spalle), dunque con dicerie che mettono in cattiva luce la vittima.
Nel bullismo e nel mobbing, quindi, vi è la mortificazione della dignità e del rispetto della persona ponendo, in tal modo, le basi per l’instaurarsi di difficoltà crescenti di tipo psicologico ed emotivo che, nel tempo, determinano un disturbo depressivo.
A scuola, palestra di apprendimento per la vita, e l’ambito lavorativo, luogo di espressione delle proprie competenze professionali, si rilevano contesti che incredibilmente nascondono, nel tessuto di relazioni tra pari, una cultura di violenza ancora non sufficientemente presa in considerazione e, conseguentemente non combattuta appieno nell’ Italia dei nostri giorni. Violenza tra ragazzi, tra questi e gli insegnanti oltre che viceversa e tra i genitori e i docenti.
Il muro del silenzio eretto su una realtà conosciuta da molti è il grande ostacolo da superare per iniziare a dare delle efficaci risposte a questi mali. L’ omertà, come spesso accade, è vera nemica del benessere fisico, ma soprattutto psicologico, delle persone giovani o adulte. In fondo, cosa saranno mai delle prese in giro? Cosa potrà mai far sortire il parlare male di qualcuno? Quanta dignità potrà mai togliere un insulto? A fronte di simili sdrammatizzazioni ciò che colpisce e non può non far riflettere, è l’ aspetto sconcertante costituito dal silenzio degli alunni e dei colleghi delle vittime, consapevoli di assistere a violenze e prevaricazioni ma a cui manca il coraggio di denunciare i fatti, di allearsi con il più debole che troppo di frequente soccombe schiacciato dal peso dei comportamenti vili e meschini subiti.
Quindi, cosa poter fare per buttar giù il muro dell’ indifferenza? Impegno, attenzione, sensibilità, spronare al dialogo e alla presa di posizione: queste le modalità attraverso le quali poter dare un contributo. E, se si volesse volare più in alto, sopra il muro dell’ indifferenza, sarebbe utile il ricorso agli psicologi, professionisti che per lavoro si occupano della prevenzione e della tutela del benessere della persona, i quali sarebbe opportuno fossero presenti nell’organico delle scuole e dei contesti di lavoro. Lo psicologo, al contrario, quasi mai viene previsto come figura professionale. Un costo economico troppo elevato per un istituto scolastico o una azienda è, spesso, la risposta a tali osservazioni.
Purtroppo, i luoghi formativi e professionali frequentemente trascurano l’ importanza e l’ imprescindibile necessità, per il raggiungimento dell’ apprendimento e del profitto, di garantire il benessere psico- fisico di tutti.
A fare la loro parte devono essere anche i mezzi di comunicazione divenuti, ormai, anch’essi agenzie educative con la loro proposta di modelli comportamentali. Non resta che iniziare.

Daniele Damele
Docente di Etica e comunicazione
Università di Udine e Gorizia

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