Sunday, April 25, 2010

Informare è anche formare, va fatto con credibilità


Sabato 24 aprile ho avuto la fortuna di partecipare all’udienza papale dei testimoni digitali assieme a don Fortunato Di Noto (associazione Meter) e a 10 mila persone. Molte le idee emerse e forte la passione e le emozioni per “andare avanti – come ha incitato don Di Noto – con le nostre battaglie per i bambini e una rete pulita”.
Giusto, giustissimo. Le innovazioni tecnologiche dei new media, essenziali e belle, provocano mutamenti culturali. Occorre avere disponibilità all’ascolto per incontrarsi, imparare la comunicazione dei giovani per dialogare con loro con credibilità. Appunto credibilità. E qui il discorso si allarga: per avere credibilità occorre rispondere della comunicazione che si attua, in primis in relazione alla veridicità. Occorre rispondere degli effetti di quanto si comunica. Quanti blog e siti, ma anche tv e giornali corrispondono a queste necessità di credibilità? Non basta garantire la smentita a una notizia falsa. Oggidì i giornalisti (e i blogger) non cercano più la notizia, è quest’ultima che viene fornita loro allo scopo di farla sapere. E il più delle volte la notizia fornita non viene mai verificata alla fonte.
Viceversa sono convinto che i media, tutti, debbano favorire il senso di appartenenza e di comunità in una fase di rapido cambiamento svolgendo un ruolo da protagonisti nella società. E la vera sfida sta nei contenuti proposti: se essi sono di qualità, senza manipolazioni ad arte, un meccanismo infernale che va contraddetto.
Certi meccanismi mediatici possono, infatti, stritolare chiunque a causa dell’eco del male e dell’odio che, ahimé, naviga soprattutto on line. Certi processi informativi cambiano il contenuto della notizia e se in questo “inferno” ci finisce un “piccolo”, magari un minore, egli non sarà mai risarcito, non potrà difendersi dalla gogna mediatica.
Spesso di attuano azioni, anche di massimo livello (si pensi a decreti legge) sulla base di ciò che si pensa possa essere la percezione della gente basandosi sulle informazioni che vengono fornite. E questa è certamente una novità rispetto al passato.
Informare è anche e soprattutto formare (con buona pace dei dirigenti delle tv commerciali nazionali che rigettanno ciò per evidenti fini di profitto). Informare va fatto con “verità, credibilità e trasparenza”, come ha ricordato ai testimoni digitali padre Lomabardi.
In una situazione in cui ognuno può seminare in rete praticamente ciò che vuole occorre prestare grande attenzione per evitare tensioni dirompenti e negatività ai più deboli.

Daniele Damele

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