Sunday, February 28, 2010

Google, la condanna per il videochoc deve indurre a ragionare




















La sentenza del tribunale di Milano di condanna a sei mesi di reclusione per violazione della privacy a tre fra ex e attuali manager del più famoso e ricco motore di ricerca al mondo merita un ragionamento. Il video, girato a fine maggio 2006 e lanciato in rete quattro mesi dopo, riprendeva un ragazzo austriaco vessato dai compagni: c’è chi lo spintona, chi gli lancia oggetti, chi lo sbeffeggia scrivendo SS sulla lavagna e facendo il saluto fascista, nell’indifferenza generale della classe che resta a guardare e filmare col proprio videofonino.
Quelle immagini caricate su Google sono rimaste lì per due mesi totalizzando ben 5.500 contatti.
Tutti hanno riconosciuto la natura biasimevole del materiale, ma la stragrande maggioranza si è detta in disaccordo sul fatto che la responsabilità preventiva dei contenuti caricati dagli utenti ricada sugli internet service provider.
Quella pronunciata dal giudice Oscar Magi è la prima sentenza che affronta il problema dei limiti e della regolamentazione della rete, per sua natura uno strumento senza barriere. Tanti esponenti che hanno la possibilità di diffondere la loro opinione si sono detti contrari a porre dei paletti parlando, ancora una volta, di censura, e Google non ha esitato a definire la condanna un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito internet.
D’accordo che la rete è uno strumento eccezionale da diffondere sempre più, ma per favore nessuno dica che corre il pericolo di essere calpestato. Il principio fondamentale della libertà di espressione in internet è vitale, ma altrettanto vitale e importante è il rispetto di se stessi e degli altri, spesso se deboli.
Il verdetto in questione è ben articolato perché gli imputati sono stati, infatti, assolti dall’accusa di diffamazione. E’ detto che i manager non avevano l’obbligo giuridico di controllare quello che veniva scaricato, quindi il reato non sussiste. La diffamazione sarebbe scattata solo se dolosamente avessero omesso il controllo, ignorando la presenza di quel video pur essendone a conoscenza. Non è passato il principio sostenuto dall’accusa, ovvero l’obbligo di una censura preventiva sui contenuti pubblici in rete. Una condanna per diffamazione avrebbe sancito l’obbligo di censura preventiva da parte degli hosting provider su internet.
Il riconoscimento del reato di violazione della privacy è, invece, conseguenza della finalità di lucro di Google. Questo non è stato e non è un processo sulla libertà della rete, come alcuni hanno sostenuto, ma sui diritti della persona e la libertà di impresa che non può mai prescindere dalla tutela della dignità umana. Google poteva e doveva togliere il video e non lasciarle lì per due mesi.
La rete dev’essere libera, ma se degli idioti, non dei bulli, degli idioti immettono on line simili video il provider deve, poi, toglierlo. Questa non è censura, ma rispetto umano. Nel caso di specie richieste di togliere quel video dalla rete erano giunte da molti. Perché Google non l’ha fatto?
E a proposito di cose che non vanno in internet richiamo l’attenzione, ancora una volta, anche sulle truffe come quella, l’ultima, su facebook. Due giovani veronesi sono stati denunciati per frode informatica, sostituzione di persona e truffa, accesso abusivo ad un sistema telematico.
Erano riusciti a rubare l’identità di un altro ragazzo e a spacciarsi per lui, venire i contatto con i suoi amici e cercare di farsi dare del denaro a nome suo. Ma una ragazza ha fiutato la truffa, vedendosi chiedere da quell’amico, all’improvviso, un prestito di 500 euro. Ha interpellato conoscenti e amici del ragazzo scoprendo cosi che alcune dichiarazioni avute su internet non combaciavano con la figura del suo amico.
La Polizia Postale di Padova ha predisposto la trappola che ha portato alla scoperta dei due truffatori. I due, spacciandosi sempre per l’amico della giovane, hanno chiesto alla ragazza di incontrarsi in un determinato punto della città per la consegna del denaro. Lei si è presentata, accompagnata dagli uomini della Mobile Veronese che ha bloccato i due giovani con le mani nel sacco. Per loro una denuncia per truffa e frode informatica.

Daniele Damele

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