Saturday, January 30, 2010

Pedofilia sempre in agguato contro i bambini più fragili






























Quando un bambino finisce al centro di una penosa storia di pedofilia e degrado è vittima di una tragedia. Cosa fare allora? Per prima cosa reputo indispensabile spegnere i riflettori sulle dolorosissime vicende, non banalizzarle attribuendo magari a una bambina un inesistente ruolo di mangia uomini giustificando i suoi sfruttatori perché tali sono i pedofili, sfruttatori di prede indifese.
Ho avuto occasione di seguire alcune storie. Talvolta mi sono trovato dinanzi a situazioni familiari incredibili, altre di ragazzine che hanno alle spalle un contesto familiare e sociale molto difficile. A questi bambini viene rubata l’infanzia che solo psicologi ed esperti con un cammino lungo e in salita possono aiutare. L’obbiettivo è, infatti, quello di aiutare queste vittime a ricostruirsi la vita ritrovando la stima di sé e rimettendo in piedi una rete di affetti, relazioni, fiducia.
Tassello, quest’ultimo, particolarmente decisivo per riuscire davvero a voltare pagina e a recuperare un rapporto sereno ed equilibrato con il mondo. Perché dopo aver vissuto una simile esperienza questi bambini non riescono più a credere nelle buone intenzioni degli adulti. Quegli adulti che, prima con le loro assenze e poi con le loro morbose attenzioni, li hanno costretti a crescere troppo in fretta. Il mondo dei grandi in questo caso ha colpito senza pietà e si è accanito in maniera inqualificabile contro queste personcine.
Troppe persone spesso approfittano, poi, magari della spavalderia, tipica di chi attraversa la delicata fase dell’adolescenza, dietro alla quale, in realtà, si nasconde il più delle volte un castello di fragilità e insicurezze. Per questo il compito a cui sono chiamati psicologi ed esperti e tutt’altro che semplice: lo strappo in bambini e adolescenti vittime di pedofilia è lacerante e, per ricucirlo, serve molto tempo. Un elemento che fa ben sperare, però, esiste: la giovane età delle vittime. I margini per ricostruirsi ci sono. Perché l’operazione abbia successo, però, è necessario che cali definitivamente il sipario dei media su queste vicende prima possibile. L’esposizione devasta una psiche già seriamente compromessa. Tv, giornali, internet, radio quando si trovano dinanzi a casi simili devono fare un passo indietro e spegnere velocemente i riflettori lasciando spazio al silenzio, alla riflessione, al difficile recupero.
Ci si renda conto che la pedofilia è un eclatante caso di violenza. Gli strumenti per rimettere insieme i cocci delle vite di questi bambini interrotti esistono, ma abbisognano dell’aiuto di tutti. A finire nella rete di pedofili in Friuli Venezia Giulia sono, soprattutto, le bambine mentre a livello di maltrattamenti i più colpiti sono i maschi. A tutti occorre garantire un nuovo futuro anche attraverso l’insostituibile mondo del volontariato.

Daniele Damele

Sciacalli online, truffe sulle donazioni per Haiti


Sono milioni le persone in tutto il mondo che stanno donando somme di denaro a sostegno della popolazione terremotata di Haiti, ma si moltiplicano, purtroppo, anche i casi in cui i criminali informatici approfittano della tragedia per sferrare attacchi e per truffare i donatori, sottraendo denaro destinato alla beneficenza, anche con falsi numeri speciali per le donazioni via sms oppure on line.
Gli esperti di sicurezza informatica segnalano attacchi che sfruttano la popolarità della parola chiave Haiti digitata sui motori di ricerca: gli internauti sono portati su pagine web del tutto simili a siti legittimi con informazioni o video di testimonianze, ma che generano traffico nascosto su siti di pubblicità e quindi soldi per i truffatori. A mettere in guardia i benefattori dal rischio di inganni è stata nei giorni scorsi anche l’Fbi, chiedendo in particolare di non prendere in considerazione messaggi inviati da presunti superstiti del disastro con richieste di denaro.
I social network rappresentano un veicolo di informazione senza eguali, ma fanno altrettanto, ahimé, per la disinformazione. Una delle notizie, poi smentite, riguarda voli gratis in partenza per Haiti. La notizia su Twitter su voli American e JetBlue che avrebbero portato gratis medici e infermieri ad Haiti è una bufala.
L’edizione online della Bbc ha riportato in questi giorni, invece, di donazioni on line bloccate in alcuni casi dalle banche proprio per le preoccupazioni relative a frodi. Il pericolo di frode corre, come accennato, anche sulle linee dei cellulari. Soltanto negli Usa sono stati raccolti oltre dieci milioni di dollari grazie alla beneficenza via sms, ma anche l’Europa sta facendo la sua parte in attesa che, come giustamente evidenziato dal sottosegretario Bertolaso, l’Onu prenda in mano comando e gestione dell’emergenza. Si tratta un flusso incessante di donazioni ora sfruttato anche dai criminali.
Cosa fare allora? Fidarsi solo dei siti sicuri come www.agire.it e dei numeri pubblicizzati da reti televisive, giornali e riviste affidabili Non fidarsi di quanto si trova in rete se non confermato da altre fonti. Purtroppo internet e un meraviglioso strumento, ma la sua libertà porta anche all’anarchia e ai soliti furbi, anzi sciacalli on line.

Daniele Damele

Saturday, January 23, 2010

AVATAR VA VIETATO AI BAMBINI


In questi giorni si fa la fila dinanzi al botteghino del cinema che proietta la pellicola “Avatar”. Nel promo diffuso da tv e internet sembra un sofisticato cartone animato. E allora perché non portarci i bambini. C’è un però: soltanto in Italia questo film non è vietato.
La IV Commissione di revisione cinematografica, al Dipartimento cinema del Ministero per i Beni culturali, ha dato, infatti, il via libera all’uscita in novecento sale italiane di Avatar senza alcun divieto.
La censura a maglie larghe in Italia, rispetto ad altri Paesi europei e senza entrare nel giudizio del film, fa però discutere e giustamente protestare. Se anche in Italia, come negli Stati Uniti, esistesse il “Parent Guidace”, come forma di tutela dei minori per i film, i rappresentanti dell’associazionismo nella Commissione di revisione cinematografica l’avrebbero senz’altro chiesto per Avatar Il motivo? Semplice: la violenza e la velocità di alcune scene che possono impressionare i minori di 14 anni.
S’impone, quindi, una riforma in Italia dei divieti al cinema in quanto (ma non solo) la decisione di proiettare Avatar senza alcun divieto discrimina pesantemente i bambini italiani. In molti altri Paesi, infatti, il divieto ai minori è presente. Negli Stati Uniti il film in 3d di James Cameron è segnalato con un PG 13,, ovvero non adatto ai bambini di età inferiore ai 13 anni. In Inghilterra no ai minori di 12 anni se non accompagnati da un adulto. Cosi come in Germania, Paesi Bassi, Irlanda, Corea del Sud, Svizzera e Brasile, Norvegia e Danimarca, Islanda e Argentina. Il perché di questi divieti è più che comprensibile: un bambino può rimanere impressionato e spaventarsi vedendo la pellicola al cinema. Il fatto che il film non contenga scene legate al sesso (censurate dallo stesso Cameron) non esclude il problema delle immagini di violenza e guerra, ben peggiori, che la tecnologia del 3D rende ancora più reali agli occhi degli spettatori.
E poi ci si domanderà come mai in tanti altri Paesi si è pensati a un divieto e da noi nulla? Possibile che sbagliano in così tanti?
La Convenzione Onu per i diritti del fanciullo chiede di tutelare e preservare i bambini dalla violenza, chiede anche di garantire loro una crescita equilibrata. Che tutela e che equilibrio ci sono nel lasciare andare, magari da soli, bambini di 12-14 anni a vedere “Avatar”?
Era ed è proprio impossibile quantomeno diffondere una raccomandazione: se proprio volete far vedere queste scene di violenza in 3D ai vostri bambini non lasciateli soli. Almeno così anche il profitto (!) sarebbe stato salvaguardato.

Daniele Damele

Sunday, January 17, 2010

VIA DAL WEB CHE INNEGGIA ALLA MORTE DEI TERREMOTATI DI HAITI




















Gli amici dell’associazione Meter di don Fortunato Di Noto mi hanno segnalato che fra i tanti messaggi pro Haiti che dimostrano il cuore grande della stragrande maggioranza degli italiani ne è apparso uno, forse non l’unico, violento ed estremamente offensivo e da censurare. Su Facebook è apparso, infatti, un gruppo raccapricciante dal titolo: “Haiti? Crepate, luridi terremotati”. La cosa si commenta da se e non abbisogna affatto di grandi commenti. Per completezza riferisco che in seno al gruppo vi è un invito ad adottare un bambino morto haitiano, uno slogan terribile.
Chi ha vissuto o vive ancora gli effetti di devastanti terremoti, come quelli del Friuli, dell’Irpinia, dell’Abruzzo, sa perfettamente cosa significa essere vittima di tali cataclismi. Ma oggi tv, stampa, internet, radio e tutti i mezzi di comunicazione raccontano a tutto il mondo queste catastrofi e ogni persona di buon senso, che non abbia una pietra al posto del cuore, non può che rimanere attonito, non può che prendere il telefonino e inviare più volte sms solidali per queste persone così fortemente provate.
Il gruppo creato da uno o più cretini, senza testa né cuore, né anima, inneggiante alla morte dei terremotati haitiani, al pari di altri gruppi analoghi inneggianti all’odio, alla discriminazione, alla violenza, offensivi pesantemente verso persone o situazioni specifiche vanno censurati senza alcun tentennamento. Vanno tolti dal web senza che alcuno ritenga che ciò non sia giusto.
Un enorme personaggio del passato disse che “non condivido le tue idee, ma mi batterò sino alla morte affinché tu le possa sempre esprimere”. Perfetto, gusto così e le regole che dovrebbero sottostare a internet devono garantire che alla base ci sia questa massima. E’ quindi sciocco e strumentale criticare chi vuole regole per la rete. Queste devono giungere, e presto, invece, solo per eliminare dal web iniziative come quelle citate contro Haiti o inneggianti, come accennato, all’odio, all’istigazione alla violenza o a reati contro le persone o altro.
Non si tratta di censurare nulla e nessuno, ma solo di favorire un controllo da parte di chi pone a disposizione della collettività strumenti di comunicazione liberi e democratici come internet per cancellare, appena possibile, gruppi come quello citato. Anche i gruppi contro Berlusconi o Marrazzo oppure inneggianti a chi aveva lanciato la statuetta contro il premier sono stati tolti dal face book. E’, quindi possibile fare ciò ed è giusto così.
Un controllo preventivo potrebbe essere oltre che di fatto impossibile, foriero di censure non tollerabili. Ciò che chiedo è spazzare via dal web quanto unanimemente inaccettabile. Un gruppo che inneggia ai terremotati che devono crepare lo è senza alcun dubbio. Ma occorre anche avere la possibilità di risalire a chi utilizza anarchicamente la rete diffamando, ovvero contravvenendo la legge, al fine di poterlo assicurare alla giustizia e a una pena.
In questo senso l’anonimato, presente in rete, non agevola e spesso non permette di giungere a ciò. Viceversa strumenti informatici e modalità operative di livello possono garantire di risalire a chi opera in rete cancellando anonimi che vogliono rimare tali per poter colpire, il più delle volte offendendo o diffamando, rimanendo impuniti.
Chi inneggia alla morte dei terremotati di Haiti va, quindi, scoperto e punito.

Daniele Damele

Saturday, January 16, 2010

RICORDO DI PASQUALE BARILLA'


Sabato 16 gennaio si sono tenute le esequie di Pasquale Barillà che ci ha lasciati lo scorso 9 gennaio al’età di 67 anni. Barillà, triestino d’adozione, era stato per dieci anni, a partire dal ’93, presidente dell’Istituto Antonio Caccia e Maria Burlo Garofolo di Trieste, un’istituzione di pubblica assistenza e beneficenza (Ipab) che ha come scopo quello dell’assistenza alloggiativa a indigenti di Trieste.
Fu nominato al vertice di quell’Ente dapprima da Giancarlo Pedronetto (Giunta regionale Travanut) e poi da Giorgio Pozzo (Giunta Antonione). Nel corso della sua presidenza Barillà riuscì a dare una spinta innovativa all’Istituto nel quale portò la sua carica umana, la passione di chi ha voglia di fare, ma anche una visione privatistica utile a far funzionare meglio il settore pubblico.
Favorì un turn over negli oltre 600 alloggi in gestione privilegiando il passaggio dall’Istituto Caccia Burlo all’Iacp e poi Ater di Trieste per coloro i quali riuscivano a uscire da una situazione di povertà reale. Introdusse scaglioni di reddito in base ai quali far equamente pagare i canoni. Chi superava certi tetti di reddito doveva lasciare l’alloggio a chi era in lista d’attesa (spesso quasi mille persone). Qualcuno riuscì anche a passare direttamente all’edilizia privata e non a un alloggio popolare Iacp. Fu un processo innovativo di grande rilevanza al pari degli accordi di programma sottoscritti per la realizzazione del Piano di recupero di via Flavia.
Collaborò con i sindacati e i Servizi socio-assistenziali di Comune e Azienda sanitaria, ebbe un occhio di riguardo per i volontari del Centro aiuto alla vita. Propose regolamenti per la gestione dell’Ente, recuperò fondi per attuare interventi manutentivi. Era convinto che solo con una collaborazione diretta con Comune e Iacp di Trieste, l’Ente assistenziale che presiedeva poteva avere un futuro e così fu.
Nel corso del suo impegno come amministratore riuscì a stringere rapporti anche stretti con varie personalità come Giulio Staffieri, Roberto De Gioia, Uberto Fortuna Drossi, Fausto Monfalcon, Sergio Dressi e altri ancora.
Di professione era analista. Lavorò prima in ospedale e poi in laboratori privati. Aveva il pallino delle case di riposo che condivideva con la moglie Ambra, infermiera professionale specializzata in geriatria. Ebbe anche dei sogni che non riuscì a realizzare: aveva chiesto alla Provincia di Trieste di concedergli in gestione l’ex-Ipami per realizzare una Residenza sanitaria assistita. Tesse rapporti molto frequenti con vari gerontologi e si occupò, in parte anche di politica.
A un convegno della Dc, alla fine degli anni ’80, nel riferirsi all’allora presidente della Provincia di Trieste, Dario Locchi, uscì con la proposta di rifondare la Dc su base autonoma creando una Dc del Nord con tante federazioni locali. Anni dopo si rivide con alcuni esponenti dc dell’epoca che gli dissero che se lo avessero seguito forse la Dc di Trieste sarebbe risultata ancora viva.
Successivamente si avvicinò a Staffieri e alla Lista per Trieste, ma il suo impegno era allora tutto dedito al “Caccia Burlo” dove ebbi modo di conoscerlo e apprezzarlo molto per le sue doti umane e professionali. A Barillà successe l’attuale presidente, Lori Petronio, che raccolse un testimone importante. Fu anche in relazione alle attività svolte da Barillà che oggi l’Istituto si è trasformato in una Fondazione giuridica al servizio dei meno abbienti in forma sempre più importante.
Oltre alla moglie Ambra lascia il figlio Andrea cui vanno sentite condoglianze. Addio Presidente.

Daniele Damele

In foto uno dei primi alloggi del Caccia Burlo
http://www.cacciaburlo.it

Saturday, January 09, 2010

OCCORRE LEGIFERARE SUL WEB





























Due recenti pronunce, una del tribunale di Roma sulla vertenza tra Mediaset e You Tube per la diffusione delle immagini del Grande Fratello, l’altra della Cassazione che ha annullato la decisione del tribunale di Bergamo favorevole a Pirate Bay, testimoniano l’urgenza di legiferare sul web. Altrimenti le leggi le fanno i giudici.
La Cassazione, dopo avere inquadrato tra le condotte concorrenti nel reato di diffusione di opere coperte dal diritto d’autore quella del titolare di un sito web che indicizza le informazioni che gli vengono dagli utenti, ammette che il sito incriminato debba essere sequestrato. E qui soccorre l’ordinaria disposizione del Codice penale all’articolo 110. Il fatto poi che l’hardware del sito non sia in Italia non esclude la giurisdizione della magistratura italiana, visto che il reato di diffusione in rete dell’opera coperta da diritto d’autore si perfeziona con la messa a disposizione dell’opera in favore dell’utente finale. Nel momento in cui l’utente riceve il file o i file che contengono l’opera si realizza l’illecito, con una parte consistente dell’azione penalmente rilevante che avviene nel territorio nazionale.
La pronuncia si sofferma anche sulla legittimità dell’imposizione ai provider del divieto di accesso ai clienti. Un potere di inibizione riconosciuto all’autorità giudiziaria dagli articoli 14-15 del decreto legislativo n. 70 del 2003 sui servizi della società dell’informazione. Servizi, come quelli dei provider relativamente all’accesso alla rete internet, la cui libera circolazione è garantita, ma nel rispetto della legge sul diritto d’autore. Per ragioni investigative, di prevenzione o individuazione di reati, la libera circolazione può essere cosi compressa da un provvedimento della magistratura.
Decisivo l’articolo 17 del decreto legislativo il quale esclude si un generale obbligo di sorveglianza nel senso che il provider non è tenuto a verificare che i dati che trasmette concretino un’attività illecita, segnatamente in violazione del diritto d’autore, ma, congiuntamente all’obbligo di denunciare l’attività illecita, ove il prestatore del servizio ne sia venuto comunque a conoscenza, e di fornire le informazioni dirette all’identificazione dell’autore dell’attività illecita, contempla che l’autorità giudiziaria possa richiedere al prestatore di tali servizi di impedire l’accesso al contenuto illecito.
Potere che però va esercitato tenendo presente che la circolazione di informazioni sulla rete informatica internet rappresenta pur sempre una forma di espressione e diffusione del pensiero che ricade nella garanzia costituzionale. Libertà sì, ma non di compiere reati e di reati, a partire dalla diffamazione, on line ce ne sono tanti.
L’ordinanza del tribunale di Roma di dicembre 2009, invece, si concentra sulla richiesta di Riti (società controllata da Mediaset) di bloccare la diffusione attraverso You Tube e Google delle immagini della trasmissione Grande Fratello. I provider si erano difesi sostenendo la loro assoluta irresponsabilità, tenuto conto che si limiterebbero a mettere a disposizione gli spazi web sui quali gli utenti gestirebbero i contenuti da loro stessi caricati.
Il Tribunale ha, quindi, sottolineato come sia Google sia You Tube si sono dotati di regole per intervenire sui contenuti, impedendo la diffusione di immagini e video pedopornografici. Inoltre gli stessi protocolli prevedono l’accettazione dell’utente di ogni aggiornamento deciso da You Tube, il diritto di controllare i contributi, l’assoluta discrezionalità nell’interrompere in maniera temporanea o permanente la fornitura del servizio.
Facendo ricorso allo stesso decreto legislativo n. 70 del 2003, il tribunale romano ammette l’assenza di un obbligo generale di sorveglianza ma, quando il provider non si limita ad assicurare una connessione alla rete, ma offre servizi aggiuntivi, esiste una responsabilità se è consapevole della presenza di materiale sospetto e si astenga dall’accettarne la illiceità e dal rimuoverlo.
Adesso tocca al Parlamento fare la sua parte.

Daniele Damele

Monday, January 04, 2010

Attenzione ai videogiochi: il caso di Ambulance Rush


Sotto l’albero di Natale o magari nella calza della befana qualche adulto ha pensato bene d’inserirci magari anche un videogioco. Va bene, nessun problema, non vanno criminalizzati, ma prestare attenzione alla scelta del videogame che finisce in mano ai bambini s’impone. Secondo gli ideatori del videogioco “Ambulance Rush”, ad esempio, l’ambulanza non deve soccorrere le persone, coma accade nella realtà, ma farle fuori. Il gioco è ispirato al celebre GTA che vede come protagoniste tre anomali ambulanze sportive, con l’unico intento di distruggere chiunque e qualunque cosa passi sul suo cammino.
E’ uno dei tanti games violenti e certamente amorale che sarà anche divertente per certi versi, ma estremamente pazzo così come sbagliato sarebbe lasciarlo in mano ai bambini affinché passino il tempo incustoditi. Il videogioco impone prima di tutto di scegliere su quale mezzo salire con la finalità di distruggere la città e i passanti, investire tutti e tutto. Dopodiché si entra in azione. Tre sono i livelli di puro malato divertimento. Occorre fare attenzione a mantenere l’equilibrio dell’ambulanza, giacché ogni urto può far ribaltare il conducente e di conseguenza scoppiare, anche in considerazione dell’elevata velocità. Utilizzando le frecce della tastiera si può, infatti, dare gas e tenere sotto controllo (si fa per dire) l’equilibrio del veicolo.
Insomma un nuovo ennesimo videogame che se ne frega letteralmente delle prescrizioni europee sul controllo di quanto finisce in mano ai bambini e che si pone come modello comportamentale diseducativo sia dal punto di vista dell’educazione civica, sia stradale, ma soprattutto dal punto di vista dell’esempio e del rispetto dovuto (qui totalmente assente) all’altro.
Già in passato erano apparsi videogiochi per i quali più uccidevi passanti più conquistavi punti e se gli schizzi di sangue provocati erano piuttosto considerevoli allora i punti aumentavano. Assieme a genitori, educatori e associazioni ho combattuto per il ritiro dal commercio di questo gioco, ma senza grosse fortune.
Certamente l’attenzione primaria dev’essere dei familiari, dei docenti e di chi si dedica ai bambini nella scelta dei giochi, ma una certa etica dovrebbe essere richiesta anche a chi pone in commercio, pensando esclusivamente al profitto, certi prodotti che, se destinati anche ai ragazzi, dovrebbero favorire i valori e non la violenza. In questo senso l’appello è rivolto anche agli autori di videogiochi, programmi tv e a tutti coloro i quali pongono on line proposte, idee, forum e quant’altro visibile ai minori.

Daniele Damele