Monday, August 21, 2006

PUBBLICITA' a scuola: per favore no!


Sono giorni di vacanza per gli studenti. Lo squillo della campanella è ancora un po' lontano, forse, giustamente, più nelle teste dei nostri ragazzi che nel calendario, ma qualcosa si muove attorno al mondo scuola e non certamente positivamente. La notizia non è, infatti, positiva: qualcuno pensa di far entrare nelle scuole pubbliche la pubblicità.
Mentre a Roma, giustamente, il ministro delle comunicazioni, Paolo Gentiloni, chiede, finalmente, di limitare il volume degli spot radio-televisivi rispetto alle programmazioni, altri, dopo aver conquistato strade, radio, televisioni, stazioni, aeroporti, la rete, spiagge e monti, sono partiti all'assalto delle aule scolastiche: sono gli sponsor e i pubblicitari.
Alcuni dirigenti scolastici, gli ex-presidi, hanno già firmato in Liguria e in Campania contratti in forza dei quali a fronte di una cifra, talvolta beffardamente nemmeno tanto congrua, lasceranno introdurre cartelloni pubblicitari nelle aule delle loro scuole, salvo ripensamenti dell'ultimora.
La giustificazione sarebbe la necessità di fare cassetta, di avere fondi, ma il problema è forte. La strategia che i promotori di tale iniziativa stanno utilizzando è di tipo "morbido": le prime pubblicità assomiglieranno a quelle di tipo "progresso" o socio-culturali, come la promozione dell'acquario di Genova, di musei e di viaggi culturali, ma poi arriveranno bibite, abbigliamento giovanile, merendine, e, quindi, videogiochi, motorini e tutto quanto può interessare il mondo giovanile.
L'importante è entrare. Poi si sa: vinta la prima battaglia si parte per la guerra con una vittoria alle spalle. Sponsor e pubblicitari potranno dettare così regole, condizioni, prezzi, imporre pubblicità e magari, pian piano, passare da quelle fisse a quelle dinamiche e, poi, da quelle mute a quelle sonore così si riempiranno anche le ricreazioni.
Lo scenario non è così lontano. Lungi da me gettare la croce addosso agli ex-presidi e ai direttori didattici. Le difficoltà finanziarie in cui versano le nostre scuole sono reali, ma credo che non sia questa la soluzione idonea.
Le pubblicità "informative" sono un'esigua minoranza, quasi tutte puntano, infatti, a sedurre, ovvero a colpire l'emotività giocando sulla percezione e aggirando la riflessione. E' chiaro che se il testimonial è azzeccato e il messaggio pubblicitario suggestivo è del tutto facile imprimere un marchio nella memoria del potenziale consumatore.
Ipotizziamo, comunque, che le pubblicità che faranno il loro ingresso siano solo e sempre a carattere informativo, mi chiedo, comunque, se non è compito anche della scuola, assieme alle famiglie, porre un freno all'invasione delle immagini per favorire, invece, la parola e le altre forme del pensiero.
A scuola la pubblicità non deve entrare, per favore no! Avviamo, invece, una riflessione coi ragazzi sui meccanismi più o meno subdoli del linguaggio pubblicitario rendendo i giovani più critici in proposito. Alcuni insegnanti lo fanno già e non da ieri e in forma molto lodevole.
Se la pubblicità entrasse nelle scuole quest'attività d'insegnamento critico diverrebbe, però, giocoforza più difficile per l'ambiguità che ne diverrebbe: in aula ragioniamo criticamente sulla pubblicità, nei corridoi scolastici la subiamo.
Non occorre lavorare nella pubblicità per sapere che la sola presenza della pubblicità è persuasiva ed efficace. E la conseguenza sarà che gli studenti potranno pensare che gli insegnanti hanno ragione nel sostenere che la pubblicità mira a suggestionare e induce all'acquisto anche facendo sentire inadeguata la persona se non ha acquistato quel dato prodotto, però, poi, nessuno si oppone all'ingresso delle pubblicità nelle scuole per cui il valore della pubblicità è certamente alto e importante. E chi vincerebbe la sfida tra critica e pubblicità se non quest'ultima? E con chi vogliono stare, giovani e non, se non con chi vince?
Per favore no, la pubblicità a scuola proprio no.

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